Mi ero ripromesso di recensire l’evento aquilano, musicalmente e figurativamente, per quanto mi fosse concesso dalle capacità cognitive e fotografiche di cui dispongo. Poi, nei giorni a seguire sono comparsi i primi resoconti sulla serata del concerto e, come troppo spesso accade, credo si sia persa di vista l’autenticità del momento, per quanto ridotta essa possa essere stata. Ora, non sono più così convinto di voler recensire l’evento (musicalmente straordinario) e sono sopraffatto dal voler di getto esternare alcune considerazioni, non certo di carattere musicale, che molto probabilmente covano in me da tempo.

JAZZ-4-ITALY

Anche Grazie

Va bene, sinceramente.

L’evento aquilano a cui ho partecipato non ha toccato le corde della commozione (per lo meno le mie corde), e della partecipazione. No, non è stato come quel 6 settembre 2015, che ricordo come un giorno veramente speciale.

Tuttavia, da aquilano, apprezzo e credo ai buoni ed ai sinceri intendimenti che hanno fatto muovere la macchina organizzativa affinché la città di L’Aquila fosse lì, salda, a dispetto di quel vigliacco sordo boato e a dimostrazione della fondatezza del suo motto, immota manet, che contorna il sannitico scudo. Questa cocciutaggine, propria degli abruzzesi, secondo me è la miglior cura ricostituente che si possa desiderare.

Credo convintamente nell’adesione vera e sentita dei tanti artisti che sono convenuti sul prato della basilica di Collemaggio, apprezzo la capacità degli organizzatori di rendere possibile l’evento, la partecipazione del pubblico, la presenza sul palco di Paolo Fresu. Non sarei mancato, no. Non volevo mancare. Cinque, dieci o venti mila persone, che differenza fa? Il Jazz per L’Aquila, per Amatrice, per l’Emilia Romagna, per l’Italia, che differenza fa? Il Sindaco Cialente non lo voleva fare e poi invece ha cambiato idea? E allora? Ci si perde in questioni ultronee, avrebbe esclamato una mia conoscente.

Volete sapere invece cosa a me non piace?

A me non piace che si debbano predisporre dei bussolotti per la raccolta di una TUA offerta per costituire dei fondi che le Istituzioni non possono o non vogliono alimentare; a me non piace che si debba chiedere a TE di regalare un po’ di solidarietà, a TE che hai sofferto o che hai perso qualcosa, a TE che tutti i santi giorni continui a lottare contro una burocrazia che non ti fa sconti e che non conosce la comprensione e tanto meno la solidarietà; a me non piace che le Banche pubblicizzino l’apertura di conti correnti sui quali TI consentono, bontà loro, di depositare la TUA solidarietà; a me non piace che le multinazionali delle telecomunicazioni TI permettano con un semplice sms di fare la TUA donazione; a me non piace che gli speaker televisivi TI invitino a fare una TUA offerta appoggiandoti ad un numero telefonico o un IBAN che meticolosamente passano e ripassano in sovra impressione facendosi garanti del buon esito del TUO sforzo; a me non piace entrare nel supermercato e constatare che all’entrata ti costringono a sbattere la faccia contro muri di pannolini, di piatti e di posate di plastica, di latte in polvere, perché sanno che TU li comprerai e li donerai.

A me non piace che si rivolgano sempre a TE, amico mio. Cosa rappresenti per questi signori, te lo sei mai chiesto? Ma da coglioni siamo capaci di criticare il gesto di Mark Zuckerberg che sembra abbia donato 500 mila euro alla Croce Rossa italiana per le vittime del terremoto che ha colpito il Centro Italia; sì, lo critichiamo  per aver donato “solo” mezzo milione di euro! Beh, fanculo! Almeno lui lo ha fatto! Spero sia vero. Se così non è avrà il mio personale dislike.

A me piacerebbe che la RAI destinasse il MIO canone alla ricostruzione del cinema di Amatrice o della Prefettura di L’Aquila o della casa dei miei vecchi amici, purché sia una ricostruzione; a me piacerebbe che la banca destinasse alla ricostruzione il costo che mi addebita per ogni bonifico on-line che faccio (sono soldi rubati!), anche solo per i bonifici di un mese; a me piacerebbe che l’azienda telefonica, anziché regalarmi un giga, regalasse ai terremotati una ricarica da 5 euro; a me piacerebbe che gli albergatori di L’Aquila come di altre città facessero il tutto esaurito ma che si prodigassero a regalare una tenda da campo ai terremotati; a me piacerebbe che anche i ristoratori facessero il tutto esaurito per regalare una cucina da campo ai terremotati, a me piacerebbe che … e potrei continuare con altri cento … a me piacerebbe che. Ma sino a prova contraria per ora sono grato a Mark Zuckerberg.

Ecco, la differenza è tutta qui, nelle aspettative. L’anno scorso avevo la sensazione che quell’evento non me lo regalava nessuno, era mio e di tante altre persone, era autentico, spontaneo. Tutti a loro modo hanno contribuito alla sua realizzazione. Quest’anno forse questa sensazione non era così forte e non lo sarebbe stata probabilmente neanche se quel sordo boato non avesse inaspettatamente fatto visita poco più a nord, perché i risultati che si erano configurati nelle attese di tutti erano certamente meno autentici e meno farciti di solidarietà. Ma non condanno e non critico questo atteggiamento che rappresenta una giusta fase evolutiva di un evento come Jazz4LAquila destinato a divenire un Festival del Jazz di tutto rispetto.

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